Il Catechismo della Chiesa Cattolica tratta unitamente del sacramento del matrimonio e dell’ordine sacro all’interno dell’unica cornice dei “sacramenti a servizio della comunione” poiché, recita testualmente, “sono ordinati alla salvezza altrui” e “se contribuiscono anche alla salvezza personale, questo avviene attraverso il servizio degli altri”; inoltre essi “conferiscono una missione particolare nella Chiesa e servono all’edificazione del popolo di Dio” (cfr. CCC 1534). Questo significa che chi riceve uno di questi sacramenti sperimenta la propria salvezza e beatitudine nella misura in cui vive la propria vita in funzione di un altro: lo sposo o la sposa, Dio stesso e la sua Chiesa. Espresso con parole diverse: gli sposi come i ministri ordinati devono e possono dire e sperimentare che il “mio bene è il tuo bene!”.
Ma sposarsi è come venire ordinati diaconi, presbiteri o vescovi? Senza sminuire di una virgola la preziosità del sacramento del matrimonio, dobbiamo rispondere con altrettanta chiarezza che vi sono anche notevoli differenze.
Sulla bellezza e “necessità” del sacramento del matrimonio e degli sposi e della famiglie cristiane per la Chiesa e il mondo è sufficiente prendere in considerazione realmente e seriamente quanto papa Francesco ci ha scritto nella recente esortazione apostolica Amoris laetitia.
I fedeli cristiani battezzati hanno un certo “diritto al matrimonio”. Se si è verificata l’assenza di ragioni che potrebbero essere a fondamento della sua nullità e invalidità, non è possibile negare il matrimonio a due fidanzati che lo chiedano, salvo l’accurato cammino di fede verso e oltre la celebrazione del matrimonio.
La stessa cosa non si può affermare invece per l’ordinazione a diacono, presbitero o vescovo. Nessun fedele ha diritto a venire ordinato come pure, possiamo affermare con semplicità, che nemmeno la Chiesa ha un qualche diritto ad avere dei ministri ordinati. Ne ha bisogno ma non ne ha diritto.
Così, se due fidanzati possono ragionevolmente “programmare” il loro matrimonio con un certo anticipo –a volte anche di uno o più anni-, diventa invece difficile e non auspicabile pensare di programmare la propria o altrui ordinazione. Talvolta può diventare difficile annunciare con largo anticipo le date dei diversi appuntamenti del Seminario: le ammissioni agli ordini sacri, i ministeri, le ordinazioni diaconali e presbiterali. Anche se sono fissate in agenda anche un anno prima, poi vi è il delicato e artigianale lavoro di verifica ultima e soprattutto della libertà dei candidati che in coscienza devono chiedere tale dono e dei superiori (in primis il padre Rettore e il Patriarca e con gli altri educatori e il padre spirituale) che in coscienza sono chiamati ad accogliere o meno la richiesta presentata.
Spesso, in tono più provocatorio che sostanziale, amo ripetere ai seminaristi che la verifica e certezza ultima che uno è davvero chiamato ad essere sacerdote avviene nel momento in cui il Patriarca imporrà loro le mani. Fino al giorno prima la loro ordinazione è un auspicio ma non una certezza.
In effetti nessuno di noi ha un diritto a venire ordinato e la Chiesa si riserva sempre il diritto e il dovere di verificare l’autenticità e la plausibilità umana e spirituale di una vocazione presbiterale. In questo modo il Seminario è un tempo preziosissimo di scoperta del grande amore con il quale Dio ci ha chiamati e di stupore per le cose grandi che Egli sta realizzando nella nostra vita. Nello stesso tempo esso è anche un periodo di verifica onesta o radicale. Noi educatori dobbiamo sostenere e incoraggiare la vocazione dei seminaristi –spesso messa in questione dalla cultura mondana o non accettata dalle stesse famiglie- ma abbiamo anche il dovere di verificare che umanamente e spiritualmente essi possano essere ordinati a servizio della Chiesa.
L’ordinazione di un seminarista non è una medaglia da mettere con fretta sul proprio medagliere ma un dono da accompagnare e preparare nel tempo, con la preghiera e con tante piccole attenzioni e presenze.
Non mi stanco di suggerirne e incoraggiarne alcune: vivere in parrocchia un appuntamento stabile di preghiera per le vocazioni e per il Seminario, riportare nei fogli parrocchiali qualche notizia sul seminario o sulle proposte vocazionali per le diverse fasce di età, pregare per i nostri seminaristi nelle invocazioni dei fedeli delle messe domenicali, programmare una vista in Seminario personalmente o accompagnando qualche gruppo del post cresima della propria parrocchia… infine cercare di essere presenti, nel limite del possibile, agli appuntamenti del Seminario o in Seminario.
Corale e incessante dovrebbe essere invece l’impegno nella proposta della vocazione, portato avanti con fiducia e a servizio dell’intera Chiesa. Papa Francesco diceva con i gesuiti durante l’ultima congregazione generale: “Credo che le vocazioni esistano, semplicemente bisogna sapere come vengono proposte e quale cura ricevono. Non promuovere vocazioni laicali è suicidio, significa né più né meno sterilizzare la Chiesa, perché la Chiesa è madre. Non promuovere vocazioni laicali è una legatura delle tube ecclesiali. È non lasciare che quella madre abbia figli suoi. E questo è grave” (24.X.2016).
Desidero invitare i miei confratelli, le parrocchie della Diocesi come pure le associazioni, i movimenti e le aggregazioni laicali a continuare a condividere la comune passione per la promozione delle vocazioni. Non stanchiamoci di gettare il seme di Dio e lasciamo che poi altri, a tempo debito, raccolgano il frutto abbondante.
don Fabrizio Favaro